| La necropoli è
situata su un ripiano ghiaioso, a quota 810, sulla destra del sentiero
antico che dalla precedente località di S. Erasmo si dirige verso la chiesa
della Madonna delle Grazie. Seicento metri prima di raggiungere la chiesa,
si stacca un diverticolo che risale per la località «Pratali» e che forse
anticamente permetteva di raggiungere l'area della necropoli (fig. 3) (forse
delimitata da un basso muricciolo sul limite sud-ovest) che è detta
Montariolo. Sul luogo è ancora visibile un alto tumulo (fig. 4), nelle cui vicinanze si notano per una vasta area, frammenti di fittili con ceramica acroma, qualche impasto e tegulae. Qui furono rinvenuti in passato due oggetti metallici relativi ad un corredo funerario maschile, databili alla fine del VII sec. a.C.; si tratta di un disco-corazza (fig. 5), Kardiophylax, di bronzo a decorazioni geometriche e di una corta punta di lancia con innesto a cannone. Il disco ha un diametro di 22 centimetri ed è realizzato con una lamina bronzea leggermente bombata con parte centrale rilevata a mo' di umbone. La decorazione (Tav. IV, n. 1) è realizzata a bulino, punzone e sbalzo con piccole bulle rilevate, greche, triangolini riempiti di punti, cerchietti concentrici, tratti ad incisione e zig-zag, linee concentriche realizzate a compasso; nel centro della parte rilevata una decorazione di una stella a cinque punte, realizzata con punti, delimitata da cinque medie bulle a sbalzo ed una serie di cinque gruppi di tre cerchietti concentrici a punzone. Ai margini sono presenti tre coppie di fori su un lato e un'altra coppia sul lato opposto. Questo tipo di disco-corazza è abbastanza diffuso nel territorio dei Marsi (21) ed anche nel territorio equo e precisamente in quello poi appartenuto alla colonia romana di Alba Fucens (22). Esso costituiva uno degli elementi principali dell'armatura sabellica ed era portato sul petto all'altezza del cuore; le coppie dei fori servivano a fissare, tramite delle cinte di cuoio, il disco sul petto. Forse nel corso del VI secolo (prima metà) al primo disco sul petto ne fu aggiunto un secondo, simile al primo come forma e decorazione figurata (episema), posto sulla schiena e collegato con l'altro tramite una bandoliera a cerniera metallica. Tutto ciò è osservabile nella statua del guerriero di Capestrano (Museo di Chieti), dove però compaiono dischi-corazza del tipo semplice, lisci e senza decorazione (22 bis). La punta di lancia è in ferro di forma triangolare con nervatura centrale che termina con una corta immanicatura a cannone; lunghezza cm. 12 (Tav. V, n. 2 e fig. 5, n. 2). Questo tipo di corta punta trova puntuale riscontro in una punta di lancia di una necropoli di Capena (23). Nelle vicinanze del tumulo è stata rinvenuta recentemente anche una lama di spatha di ferro, piegata e conservata per una lunghezza di cm. 30; fortemente ossidata e lacunosa nei margini conserva tracce della nervatura centrale (Tav. V, n. 3 e fig. 5, n. 3). Questi tre oggetti non sono per ora esattamente posizionabili nell'interno del tumulo, sia per il loro rinvenimento in superficie ed anche perché sono stati sicuramente trascinati dall'aratro, dalla loro giacitura primaria, fino ai limiti della attuale circonferenza del tumulo. Infatti nel disco-corazza sono ancora ben evidenti le rotture e le incisioni lasciate dalla punta di ferro dell'aratro (fig. 5). Si può quindi con sicurezza assegnare al tumulo questi tre pezzi; altre tombe sono poste nelle vicinanze e di cui sono segni evidenti frammenti ossei e lastre calcaree di copertura, presenti sul terreno sconvolto dall'aratro. Il tumulo è ancora ben evidente (fig. 4) e conservato per un'altezza di m. 3,40 (quota 813,45), costituito da un ammasso di blocchi e medio pietrame tenuto insieme da un terriccio scuro (Tav. III). I lavori agricoli con le continue arature hanno ridimensionato e ridisegnato i limiti e la circonferenza del monumento funerario, evidenziato in antico da un probabile circolo di grossi blocchi (ancora presenti nell'area sebbene non in posa); il diametro originale del monumento era forse di 46 metri circa con un'altezza variabile dai quattro ai cinque metri (Tav. III). * Questo tipo di tomba arcaica a circolo con tumulo di pietrame superiore ha una diffusione vasta nelle culture arcaiche della penisola i-taliana. Lasciando da parte tutte le altre attestazioni, che vanno dalla Campania, Lazio costiero ed Etruria, per l'area centro-italica che è direttamente legata al nostro studio, ricordiamo le tombe picene di Fabriano (AN) con grandi tumuli (tombe 1 e 3) a profilo ellittico e circolare (24). Vanno inoltre segnalate le tombe a circolo con tumulo superiore della località «Le Castagne» di Colle Cipolla nel territorio dei Peligni, recentemente indagate dalla Soprintendenza Archeologica d'Abruzzo e relative ad un centro fortificato (25). Altre tombe sono segnalate nel territorio dei Marsi, nella località «Le Pergole» di Pescina ed a Luco dei Marsi, dove è venuta alla luce una tomba databile ad un momento piuttosto avanzato della fase protovillanoviana (sec. X a.C.) ed anche forse, dato i frequenti attardamenti riscontrabili nelle aree interne appenniniche, alla prima età del ferro (IX secolo) (26). Nel territorio degli Aequi solo recentemente si è avviata una indagine territoriale che ha portato alla scoperta di una necropoli, di tombe a circolo con probabile tumulo superiore, nei Piani Palentini nel comune di Scurcola Marsicana (AQ) con materiali databili dalla fine del Vili ed inizi del VII secolo a.C. (27). Numerose sono inoltre le tombe genericamente dette «a circolo» con mancanza di tumulo superiore, anche se il tumulo potrebbe essere stato asportato da massicci lavori agricoli, di cui parla la Parise Badoni in un recente studio sulla necropoli di Alfedena (AQ): «...Le tombe «a circolo» vengono ritenute uno di quegli «elementi culturali richiamanti un'area assai vasta che si può definire genericamente italico orientale». L'esistenza a Ti voli di queste tombe «a circolo» già nel corso dell'ottavo secolo viene riconosciuta appunto come testimonianza di un'influenza italico-orientale nel Lazio. Effettivamente le tombe a circolo sono attestate nelle zone appenniniche interne: Terni, nel Piceno: Tolentino, Campovalano; nel territorio dei Pretuzi: Teramo; fra i Peligni: Introdacqua; fra i Marsi: Pescina; nel Sannio ad Alfedena ed a Pietrabbondante. Va segnalato, da ultimo, il ritrovamento di San Martino di Gattara, in provincia di Ravenna Non si può, tuttavia, non sottolineare che, mentre la loro area di diffusione sembra essere abbastanza ben definita, l'epoca in cui le sepolture in questione sono documentate si rivela, per quanto vi è dato di conoscere, varia e distanziata nel tempo. Se, infatti, alcune tombe a circolo di Tivoli sono databili ancora nel secolo Vili, i circoli piceni di Tolentino (e di Moie di Pollenza) appartengono al Piceno III. Fra VII e VI secolo sono anche attribuibili i circoli di Campovalano. Per Alfedena si è visto, poi, che la datazione oscilla, per i circoli da noi individuati, tra la fine del VI e gli inizi del V secolo. Dello stesso periodo dovrebbero essere le testimonianze di San Martino in Gattara. Il divario cronologico e, quindi, considerevole; come del resto molto differenziate appaiono a prima vista le facies culturali, cui essi appartengono...» (28). Di notevole interesse è stato il recente rinvenimento di altri materiali metallici, sicuramente appartenenti al tumulo perché trovati nello stesso ad opera di cercatori di minerali (che hanno poi prontamente rimesso il materiale al locale Archeoclub ed all'autore di questo articolo). Gli oggetti rinvenuti sono stati recuperati ad una profondità di 60-70 cm. ai margini ed al centro del tumulo: erano piegati o spezzati, soprattutto le armi, evidentemente a scopi rituali legati al culto funebre (Tav. Ili) (29). I materiali sono: 1) (Tav. V e fig. 6, n. 4) Pugnale con impugnatura «a stami», in ferro («gladio a stami»): rimane gran parte della lama con nervatura centrale e tracce di legno sul margine superiore, relative ad un manico di legno; del codolo è conservata la parte terminale con corolla di stami; del fodero, composto da due lamine che ricoprono una guaina interna di legno, rimane il tipico puntale «a rocchetto». 2) (Tav. V, e fig. 6, n. 5) Grande lama di spatha con nervatura centrale e con probabile elsa a crociera; del fodero in legno è conservata la parte medio-terminale, tenacemente legata alla lama a sezione esagonale con nervatura centrale triangolare. 3) (Tav. V e fig. 6, n. 6) Lunga punta di lancia in ferro (cm. 59) a foglia di lauro stretta, lungo collo ed ingresso a cannone decorato, nella parte terminale, da una serie di anelli concentrici; sezione romboidale con nervatura centrale circolare; nell'interno del cannone resti dell'asta lignea. 4) (Tav. IV e fig. 7, n. 7) Piastra in lamina di bronzo di cinturone arcaico di cuoio; rimane la sola piastra femmina con occhielli riportati e decorata da 12 borchie (conservate 10) a testa rotonda sfaccettata. La placca, di cm. 10,6X11,6, è spezzata al centro; all'interno, i chiodini delle borchie sono ribattuti su delle sottili lastrine di bronzo che servivano ad ancorare meglio la piastra alla fascia di cuoio. Gli occhielli conservati (in origine erano tre) sono fusi in bronzo con appendice sottile forata per il passaggio del chiodino. 5) (Tav. IV e fig. *8, n. 8) Grande bacile di bronzo a orlo perlinato con tesa orizzontale; vasca emisferica con base non distinta. Diametro cm. 36 e stato di conservazione discreto. 6) (Tav. IV e fig. 8, n. 9) Bacile di bronzo; simile al precedente ma con diametro di cm. 26 ed in cattivo stato di conservazione. 7) (Tav. IV e fig. 7, n. 10) Kylix o coppa di bronzo di tipo «ionico», di cui rimangono due anse ed un solo frammento relativo al bordo. Dal frammento, di media lamina, si può ricavare la forma della Kylix probabilmente con corpo emisferico, lieve carena all'altezza delle anse e breve bordo svasato. Le due anse, che erano impostate quasi oriz-zontalmente, sono realizzate da una fettuccia stretta e piatta, più larga nel centro, con estremità a mandorla per il fissaggio tramite due chiodini sulla carena della coppa. Complessivamente questi materiali sono cronologicamente assegnabili ad un arco di tempo ben preciso, che va dalla fine del VII secolo alla prima metà del VI secolo a.C., e legati ad un'area culturale centro-italica. I confronti con altri materiali di necropoli sabelliche, laziali e picene, sono numerosi e qualificanti. Per il «gladio a stami» esso è presente in tombe di Novilara-Servici, Perugia, Assisi, Colle del Forno in Sabina, Alfedena, Contrada Farina, Atri, Campovalano, Sulmona, Castelvecchio Subequo («Le Castagne»), Opi e nel territorio dei Marsi: Aielli, Cerchio e Luco dei Marsi (30). Una daga con elsa a stami è attestata anche nella necropoli capenate di Monte Cornazzano (31). Pur tuttavia il nostro esemplare trova puntuale e preciso riscontro nel gladio presentato dal Mariani e proveniente dalla tomba CCCLXXXVIII della zona D-IV della necropoli di Alfedena (31 bis). Lo stesso discorso vale per la lunga lama di spatha che trova puntuale riscontro nelle necropoli precedentemente citate, in particolare con una spatha di Campovalano (32) e con una della necropoli di Capena (33). La lunga punta di lancia con ingresso a cannone è invece presente, con leggere varianti e senza decorazioni sul collo, nelle necropoli di Capena ed Alfedena (34). La placca di cinturone in bronzo rientra in una categoria molto \Alla luce della documentazione archeologica precedentemente esaminata, è chiara la varietà di rapporti che lega la necropoli del Piano del Cammarone di Corvaro-Borgorose e il territorio degli Aequicoli con gli opposti versanti dell'Appennino e con la dorsale appenninica. Le armi, il vasellame metallico e il cinturone, provano innegabili contatti con: Aliedena, Capestrano, Cerchio, Aielli, Pietrabbondante ecc., sulla dorsale appenninica; Capena e Colle del Forno sul versante tirrenico; Campovalano, Atri, Novilara-Servici ecc., sul versante a-driatico. Le vie di comunicazione erano certamente rappresentate: dalle valli del Salto, della Nera e del Tevere, per i contatti con l'area sabina e falisco-capenate; la valle del Tronto per l'adriatico; le valli dello Imele, Turano ed Aniene, per Tibur e il Lazio; il Fucino e le vallate del Giovenco, Sangro ed Aterno, per i Marsi, Vestini, Peligni e Sannio. Appare dunque chiara l'importanza del Cicolano in età arcaica, data la sua centralità sulla dorsale appenninica e la presenza di una via naturale di comunicazione rappresentata dal corso dell'Imele-Salto. La necropoli era naturalmente legata ad un abitato vicino con ogni probabilità riconoscibile nel centro fortificato di Monte Frontino, che si eleva a due chilometri di distanza verso nord-ovest e che presenta materiali arcaici in superficie. Una situazione simile è riscontrabile anche ad Alfedena dove la necropoli arcaica di Campo Consolino è posta sul piano (quota 866) mentre il centro fortificato del «Curino» è presente sulla quota 1174, a nord-ovest del piano (41). Nel «Montariolo», oltre le tombe, si notano in superficie resti di fit-tili relativi a tegulae, ceramica a vernice nera, acroma ed a impasto, oltre a macine in pietra calcarea ed anche a grumi di argilla con impressione di rami. Questi materiali, a parte la ceramica ad impasto appartenente alle tombe violate, attestano la presenza di una villa rustica, (fundus) o un vicus che si sovrappone alla necropoli in età repubblicana, già dal III secolo a.C.. Tratto da : |
Gli Equicoli: i guerrieri delle Montagne.
Ringraziamenti al Prof. Enzo Di Marco, per il lungo e duro lavoro
Link correlati: Archeologia - Montagne Lazio: Riserva naturale delle Montagne della Duchessa - Contatti