La Res publica Aequiculanorum, costituita da più villaggi (vici), ebbe in
Nersae il suo vicus principale ricordato come sito in località montuosa da
Virgilio e da Plinio. La sua ubicazione, a causa dei numerosi resti
archeologici, è generalmente individuata nella valle sottostante l'odierno paese
di Nesce, tra quest'ultimo e Civitella di Nesce nel territorio del comune di
Pescorocchiano.
Il centro si estendeva lungo la valle segnata da basse rocce
verticali, dove un po' ovunque affiorano o sono sparsi antichi manufatti.
Nella località S. Silvestro, in prossimità del Casale Di Marco, per la presenza
di antichi resti viene identificata l'area del foro; il casale ingloba delle
strutture pertinenti ad un ambiente chiuso da tre pareti, contraffortate sul
lato sud, realizzate in opera cementizia ricoperta da una cortina in opera
reticolata. Qui vennero effettuati scavi nell'Ottocento e negli anni '30 del
secolo scorso. Si notano inoltre strutture murarie in opera quadrata, in opera
poligonale, una serie di grossi blocchi squadrati non allineati, colonne, are,
capitelli; altri materiali sono visibili nelle vicine località La Liscia,
Coramazza, Serpe. In località Venarossa iscrizioni funerarie attestano
l'esistenza di una necropoli rupestre. Numerosa è la quantità di epigrafi
provenienti dalla zona, testimonianti, tra l'altro, l'esistenza di un teatro e
la diffusione di culti misteriosofici come Mitra, Iside e Serapide; sono state
inoltre rinvenute iscrizioni con dediche a Giunone, Marte Ultore e Vittoria.
Nel 1989 la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio
ha indagato un’area a nord-est del Casale S. Marco, portando alla luce un grande
edificio rettangolare, attualmente di m. 21,8 x 7, costituito da una serie di
ambienti affiancati (A-G). Si tratta di ambienti di probabile uso civile, ma la
cui funzione non è al momento identificabile. L'edificio sembra essere stato
utilizzato durante un arco di tempo piuttosto ampio, compreso tra la tarda età
repubblicana e la tarda età imperiale, quando venne distrutto da un incendio,
attestato da evidenti tracce di bruciato al di sotto di uno strato di crollo di
tegole. Dal livello di abbandono sono state recuperate circa 400 monete, in
bronzo ed argento, concentrate per lo più su di una superficie di mq 1 lungo il
lato est dell'edificio: le monete sono inquadrabili cronologicamente tra il I ed
il V sec. d.C., anche se la maggioranza sono costituite da emissioni di piccolo
modulo ascrivibili soprattutto al IV sec. d. C.
Nei livelli più profondi sono stati trovati frammenti di
ceramica a vernice nera, mentre dappertutto è risultata abbondante la ceramica
di uso comune da mensa e da fuoco; scarsa invece la quantità di ceramica fine da
mensa e di sigillata italica ed africana. Va segnalata la presenza di oggetti di
vetro, pesi in pietra e tessere ludiche, lucerne, frammenti di terrecotte
architettoniche, appliques in bronzo di vasi, nonché di un frammento di marmo
con iscrizione in lettere capitali. È stata rinvenuta inoltre una grande
quantità di ossa animali e di scorie di ferro. Dopo l'abbandono in alcuni degli
ambienti dell'edificio furono ricavate delle tombe, i cui corredi, generalmente
molto poveri, hanno restituito monete, delle quali la più tarda risale all'età
di Valente (375 d.C.).
© Ministero per i beni e le Attività
Culturali
Sopraintendenza per i Beni Archeologici del Lazio.
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Insediamenti Italici nel Cicolano: territorio della <<res publica
Aequicolanorum>>
